Giornalino del Club
Nausicaa
17 Febbraio 2026

L’attesa infinita: la vita e il destino in “Il deserto dei Tartari”

Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati è molto più di un romanzo militare o di avventura: è una riflessione profonda sul tempo, sull’attesa e sul senso della vita. Attraverso la storia del sottotenente Giovanni Drogo e della Fortezza Bastiani, l’autore ci mostra come l’esistenza possa scorrere tra monotonia, speranza e paura, fino a mettere ciascuno di fronte al confronto più difficile: quello con la propria fine. L’opera ci invita a riflettere su ciò che davvero conta nella vita, sulla resilienza e sulla dignità con cui affrontiamo il nostro destino.

“Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati (1940) è il romanzo che ha consacrato lo scrittore bellunese tra i grandi del Novecento italiano. L’opera offre una profonda riflessione sulla tragicità e sull’assurdità del destino umano, affrontando in particolare il tema della fuga inarrestabile del tempo. In un’intervista, Buzzati spiegò che l’ispirazione nacque dalla sua esperienza personale di giornalista: la monotona routine notturna in redazione gli dava spesso la sensazione che la vita stesse scivolando inutilmente tra giornate uguali, un sentimento che, secondo l’autore, accomuna molti uomini “incasellati nell’esistenza ad orario delle città”. Da questa inquietudine prese forma, quasi istintivamente, un mondo militare fantastico in cui trasferire la riflessione sulla vita e sul tempo.

Il romanzo è ambientato in un paese immaginario e segue la vicenda del sottotenente Giovanni Drogo dal momento in cui, appena nominato ufficiale, viene assegnato alla Fortezza Bastiani, remota postazione ai confini settentrionali del Regno. La Fortezza domina una pianura brulla e desolata, chiamata “Deserto dei Tartari”, ma da anni nessuna minaccia straniera si è affacciata: l’avamposto ha perso il suo valore strategico ed è rimasto isolato su una montagna solitaria. La vita alla Fortezza scorre secondo ritmi immutabili e rigide regole militari, esercitando sui soldati una sorta di fascino che impedisce loro di lasciarla. Tutti resistono per un’unica speranza: vedere finalmente apparire il nemico — i Tartari — e avere così l’occasione di dimostrare il proprio valore, dando un senso agli anni trascorsi nell’attesa.

Il giovane Drogo inizialmente pensa di chiedere il trasferimento, ma il paesaggio selvaggio e solenne del nord lo conquista, e decide di restare. Quando sembrano avvicinarsi lunghe colonne armate dalla pianura, l’entusiasmo dei militari cresce; ben presto, però, si scopre che non si tratta dei Tartari, ma di soldati del regno confinante giunti per delimitare la frontiera.

Passano gli anni, e Drogo torna in città in licenza, provando smarrimento e angoscia: la vita civile gli appare estranea e distante. Rientra così alla Fortezza, dove il tempo scorre immobile e identico a se stesso. L’attesa della “grande occasione” consuma lentamente l’esistenza dei militari: alcuni muoiono, altri se ne vanno. Dopo trent’anni di servizio, Drogo è diventato maggiore e vicecomandante. Proprio allora una malattia al fegato lo costringe a letto.

Inaspettatamente, ciò che per tutta la vita era stato soltanto un sogno sembra realizzarsi: scoppia la guerra contro il regno del Nord e truppe e artiglierie affluiscono verso la Fortezza. Tuttavia Drogo, malato, viene evacuato per lasciare spazio ai nuovi ufficiali. La morte lo sorprende solo, in una stanza di una locanda sperduta, ma senza rancore né delusione. Negli ultimi istanti comprende quale fosse la sua vera missione: non la gloria militare tanto attesa, ma il confronto dignitoso con la morte stessa. Drogo non ha realizzato il sogno eroico che aveva inseguito per tutta la vita, ma ha sconfitto il suo nemico più insidioso: la paura. Muore da soldato, riconciliato con la propria vicenda umana, avendo trovato un senso che supera l’ambizione individuale.

Il romanzo di Buzzati diventa così una potente allegoria della condizione umana: l’attesa di un evento decisivo che dia significato all’esistenza, mentre il tempo scorre inesorabile e silenzioso, e la vita si misura tra speranza, paura e resilienza.